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Sono quello che puoi incontrare una sera d'inverno col bavero alzato, le mani in tasca a giocare con gli spiccioli di un pensiero, gli occhi stancati da storie vissute e da vivere.

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martedì, 06 maggio 2008

Martedì 6 Maggio 2008

 

 

 

...e  in un sax urbano, la musica dolce e graffiante di Bernard Hermann, che sgomina tutte le diffidenze della nostra povera vita...

 

 

 

                                        Nel vuoto delle strade

 

Da qualunque posto venissi, era notte e non avevo scampo. Mi toccava guidare per una strada dimenticata, larga come l'Autosole ma con il limite di velocità a novanta e rari e scomodi posti di ristoro, spacciati per autogrill. Nell'ultimo di questi, a duecento chilometri da casa, dovetti fermarmi per fare benzina, andare in bagno e mangiare qualcosa. Nel bar c'erano panini invitanti ma nessuna sedia per gustarli con decenza e rispetto della masticazione e per questo me li feci incartare, insieme a due birre Adel Scott. Presi un caffè subito, per non dover rientrare nel bar dopo aver consumato il mio pasto in macchina, ma quando misi in tasca le monete del resto mi accorsi che non avevo più le chiavi della Opel. Il panico durò fino a che non ricordai che dopo aver fatto benzina mi ero distratto, mentre chiudevo lo sportello, nella difficoltà di rimettere nel portafoglio la tessera a punti premio del gestore del carburante. Uscii comunque in fretta dal locale, constatando che la macchina era ancora lì, nella zona d'ombra che stava alla destra dei gabinetti. Andai sicuro con la mano verso lo sportello, che naturalmente si aprì, ed entrai. Soltanto allora mi accorsi che nel sedile al mio fianco c'era una donna, che non si girò dalla mia parte, con l'ostinata impudenza che spetta solo alle mogli dispotiche o alle sconosciute clandestine. Guardava fisso davanti a sé, nel buio del parabrezza, illuminando la scena angusta col suo tailleur di lino bianco, che mi fece rabbrividire, sotto il bavero del mio giaccone di nabuk. Rimasi muto per la stanchezza e la noia irritante del viaggio in sé, poi attesi con curiosità che la sconosciuta rivelasse almeno qualche brivido di freddo, visto che fuori la temperatura era vicina allo zero. Infine persi la pazienza e dissi:

"Lei che ci fa qui?"

La donna finalmente mi guardò, con l'espressione indifferente di chi è distratto da pensieri importanti, riservati.

"Voglio solo un passaggio. Niente altro." disse, a voce bassissima.

Aveva i capelli castani e sembrava più che trentenne e totalmente concentrata nel barricarsi dentro la sua storia, che sussultava nel tremolio delle mascelle e nel battito frequente delle ciglia. La sua bellezza, non arrogante né autocompiaciuta, mi fece tenerezza, specie quando un brivido di freddo le sfuggì dalle labbra, scuotendole appena le spalle. 

"Non ha freddo, in codesto abbigliamento?" chiesi, non senza ironia.

"Erano gli indumenti più vicini alla porta." rispose, incassando la testa sulle spalle, come a ripararsi.

"Alle volte ritardare il cambio di stagione del guardaroba ha i suoi vantaggi." dissi io.

Si agitò un poco sul sedile, per evitare di sorridere, o magari di rispondermi male.

"Quarantotto ore fa ero a Sidney, in piena estate. Ho preso un aereo per Milano, poi un altro per Bologna, poi un pullman per Bagno di Romagna. Lì mi ha dato un passaggio un corriere dei giornali, fino a questa specie di autogrill." disse.

"Non usa i mezzi termini, quando viaggia."

"Stavolta no. La volta precedente mi ero illusa che bastasse andare a Melbourne."

"Poteva almeno pernottare a Bagno di Romagna e acquistare qualche indumento di lana." osservai, mettendo in moto, ma solo per attivare la circolazione di aria calda.

"Non ho più un soldo in tasca e non mangio da ieri." lei disse, e fu allora che ebbe il coraggio di guardarmi negli occhi a lungo, aspettando la mia sentenza.

"C'è una valigia, nel sedile posteriore. Si cerchi qualcosa di mio che le stia bene, mentre io vado a prendere un altro paio di panini." dissi.

Quando tornai in macchina, dopo cinque minuti, la ritrovai seduta davanti, con indosso un paio dei miei jeans, un pullover grigio a collo alto e la mia giacca di velluto. Il tailleur di lino bianco, ripiegato con cura, era accanto alla valigia. Mangiammo e bevemmo senza parlare e anche se fissavo ostinatamente il parabrezza, per non imbarazzarla, ebbi la sensazione che mi guardasse brevemente, ogni tanto, resa stupita e guardinga dalla mia generosità.

"Si sente meglio?" chiesi, mentre partivo.

""Stavo già meglio mentre l'aereo lasciava Sidney" lei disse.

"Dove vuole che la lasci?"

"Dove lei si fermerà" rispose, alzandosi il collo della giacca.

Viaggiammo verso sud per una cinquantina di chilometri, poi le chiesi se le dava fastidio la musica dello stereo.

"Le sta venendo sonno?" chiese.

"Sono un po' stanco, certo, quantunque io non viaggi in grande come lei."

 "Perché non mi parla dei suoi piccoli viaggi, invece di fare musica? Era da molto tempo che non sentivo una voce suadente come la sua."

"I miei sono tutti viaggi di trasferimento, da una meta all'altra. E' come spararsi lontano, da un punto di luce a un altro punto di luce, dentro un lungo e buio interregno. Dovrei andare molto indietro nel tempo, a quando prendevo la corriera per andare in vacanza. A quel tempo ogni minuto viaggiante era un mondo da assorbire, con gli occhi, con la pelle, e il punto di arrivo era un disguido, più che una speranza." dissi.

E seguitai, ricordando particolari perduti nelle pieghe della memoria, insieme ai volti dei bigliettai, dei viaggiatori bizzosi e di quelli a cui bastava un particolare per farsi rammentare, una domanda goffa all'autista, una valigia legata con lo spago, una camicia bianca di forza e una cravatta storta come la causa del viaggio. Parlai per due ore, fino alle porte della città e quando lei si addormentò, con la testa appoggiata alla mia spalla, continuai a parlare per me stesso e per la dignità della vigilanza e della memoria.

Frenai troppo bruscamente nel parcheggio sotto le finestre della mia casa. Lei si scosse in avanti, come un manichino, e quando si svegliò il disorientamento fece in tempo ad allargare nel suo volto una paura infantile, risucchiata in superficie dalle profondità del suo tragitto. Presto si riprese e disse:

"Che ci facciamo qui?"

"Io ci abito. Non lontano c'è una pensione, ma io posso pagarle soltanto questo pernottamento."

"Se ha un letto da offrirmi, e se è una persona per bene, come sembra, le prometto che entro domani toglierò il disturbo. Io mi chiamo Elena."

"Io non sono Paride, ma solo Gianni." risposi. Ma nemmeno stavolta sorrise.

I suoi occhi, nel buio dell'abitacolo, dischiudevano una gentile malinconia, come un profumo che alla fine fosse riuscito a forare la cella stantia delle difese e delle dissennate perseveranze, diffondendosi come un morbo che mi colpì fitto nel cuore e negli occhi, che dovetti distogliere dal suo volto.

In casa le feci strada fino al divano del soggiorno, poi le diedi lenzuola e asciugamani, indicandole il bagno.

"Faccia tutto quello che crede, a suo comodo. Mi fido di lei, ma anche se non mi fidassi, ho troppo sonno per pensare a una strategia." dissi.

Finalmente sorrise e poi, dopo essersi baciata la punta dell'indice, mi toccò sulla fronte, quasi a cresimare la pace dei miei sensi.

Dormii come un sasso fino alle dieci di mattina e quando mi alzai Elena non c'era più. In cucina mi aveva apparecchiato una colazione con biscotti, marmellata, arancia spremuta e latte solo da scaldare. Io però mi ero fermato più indietro, al suo tailleur di lino lasciato sul divano, sotto un foglio staccato dal mio blocco notes, su cui c'era scritto:

"Ti lascio in pegno la mia anima. Tornerò in estate per indossarla e fermarmi.”

 

                                                                              Delon

 

 

 


postato da: Delon alle ore 08:52 | link | commenti (34)
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martedì, 29 aprile 2008

Martedì 30 Aprile 2008

 

 

.....sono le cose a pensarci, come canta Lucio Battisti?

 

 

 

                                    Legame di sangue

 

La vedevo ogni estate, protagonista delle poche battute concesse ai comprimari di quelle comitive allargate, guidate da un capo branco che trasmette agli altri le musiche e le gesta alla moda. Fra i molti che partecipavano al flusso degli eventi io ero uno dei pochi che lasciava andare le cose sfiorandole, come fossero trasparenti. Un giorno smisi di vederla e la guardai, senza riuscire a passare oltre. Eppure non ci voleva molto tempo a scattare la foto che m'aveva chiesto, come si fa certe volte per ridere, o per smorzare il fuoco dell'ansia che ti brucia dentro. Appena un centoventicinquesimo di secondo nel click dell'otturatore, con apertura 5.6 di diaframma, un fermati e un sorridi. Lei però mosse la testa istintivamente, facendo oscillare le ciocche dei suoi capelli biondi e io pensai ad una di quelle fidanzatine dei film americani, le vestali dell'economia domestica e del sorriso, che portano tutto l'occorrente per un picnic e si mettono a piangere una sola volta, quando non è più possibile consolarle.

"Te ne scatto un'altra, invece. Prova a girare la testa rapidamente verso di me. Voglio vedere se il movimento dei tuoi capelli è veloce quanto il lampo dei tuoi occhi." dissi.

Anche Patrizia, a quel punto, mi guardò per la prima volta, con un sospetto sardonico, muta in un dubbio che scacciò presto, proprio scrollando i capelli. Aveva smesso di essermi cugina per un solo attimo, intanto che io avevo smesso di pensarla così per sempre, anche se ero bravo a tenermi dentro la rivelazione.

"E allora. La vuoi o no questa foto speciale?" insistei, con fare scanzonato.

"Dammi il via. Conta fino a tre." lei disse, voltando la testa da un lato.

Io le guardavo intanto le bianche braccia, i seni alti, le mani eleganti con lo smalto trasparente alle unghie, cercando di diradare la tenerezza, che non faceva parte del mio bagaglio tecnico. Spostai la ghiera del tempo di scatto su un cinquecentesimo di secondo, quella del diaframma a 2.8, poi contai fino a tre e dissi "ora". Al tre lei si voltò, facendo ruotare la massa dei suoi capelli come lo scroscio di una sorgente di champagne sulla pietra di acqua marina dei suoi occhi. Scattai la foto e subito rientrai in me stesso, porgendole la reflex con un gesto annoiato.

"Poi te la mostrerò, se è bella." lei disse.

"E' bello l'obiettivo della tua reflex." io dissi.

Due giorni dopo arrivò dalla città Massimo, un ragazzo mai visto prima, amico di uno dei soliti villeggianti. Era un cialtrone esuberante, amante del calcio inglese, che celebrava in lunghi resoconti, interrotti soltanto dai movimenti del sedere delle ragazze, sui quali i suoi occhi puntavano a lungo, guastandogli la parlantina. Gli bastò una settimana per mettersi con Patrizia e quando lo capii restai sconvolto dall'insolito accoppiamento, ma sopratutto dalla sensazione di rabbioso disagio che provavo. Mi pareva, nell'accostamento di due personaggi opposti, l'intreccio di un film scritto male. Mi era insostenibile pensare alla fragilità di Patrizia stritolata dalle braccia ruvide di Massimo. Decisi così di starmene in disparte, aiutando altri parenti di lassù nel lavoro dei campi. Solo al tramonto, nella piazza del paese, quando mi sporgevo verso la bocchetta del fontanile per dissetarmi, sudato e con la camicia piena di fieno, mi capitava di dare un'occhiata al gruppo, se stavano sotto la tettoia a cazzeggiare, facendo i coretti dei motivi in voga o spiluccando coppette di gelato. Una volta, incrociando Patrizia in un vicolo, mi sembrò che avesse un segno rosso sulla guancia ma lei, mostrandomi subito l'altro lato della faccia per salutarmi, sparì senza darmi nemmeno il tempo di riflettere. Me ne sarei andato dopo una decina di giorni e non sarebbe accaduto nulla, se qualche imbecille non si fosse messo in testa di organizzare una partita di calcio. Doveva essere una sfida fra villeggianti e paesani e io violai le regole, schierandomi con quest'ultimi, per non farmi catechizzare dai moduli tattici di Massimo, che sproloquiava schizzando linee inutili su fogli di carta. Arrivai tardi al campo e fu solo per questo che mi trovai testimone di quella scena, sviluppata da un antefatto che non sapevo, o che feci finta di non sapere. Vidi Massimo mormorare parole sorde e cattive sulla faccia di Patrizia, in un punto appartato, e quando lei fece l'atto di andarsene lui la colpì con un manrovescio, che mosse in un turbine violento il fluire biondo dei suoi capelli. Subito dopo si accorsero di me e lei scappò piangendo fuori del campo, mentre lui rientrava negli spogliatoi, senza guardarmi e senza spingermi ad affrontarlo. Tornai in macchina, mi tolsi i vestiti, indossai gli indumenti di gioco e gli scarpini ed entrai in campo. Il nodo alla gola mi dava una sensazione di affanno, ma non appena cominciai a correre intorno al campo per scaldarmi, non provai fatica nemmeno al secondo giro.

Iniziammo a giocare e a un certo punto, sbagliando un passaggio, il mio pensiero si staccò dal mio corpo e lo guardò correre a vuoto, spinto dal furore in pose grottesche, movenze di un burattino che tenta invano di decantare una vitalità che non gli appartiene. Mi sentivo addosso il principio di una lacerazione, come se la strafottenza abituale e la nuova appassionata malinconia fossero due cavalli e mi tirassero per le braccia in direzioni opposte. Uscii dal campo senza avvertire nessuno e senza che nessuno se ne avvedesse, almeno per qualche minuto. Andai a sedermi in macchina, a fumare, senza cambiarmi. Cercavo ogni spiraglio per osservare il mio stato d'animo e ogni tanto guardavo le colline, i campi noti, gli sfondi celesti delle gole per sincerarmi che niente fosse cambiato, nel contorno, che nessuna forza tellurica avesse smosso la scena e aggrovigliato il mio intendimento. Sentivo le grida, le risa, le urla più forti dei gol mancati o segnati. Più tardi, quando tutto finì e i gladiatori uscirono dai lavacri, le voci si mossero dalla mia parte, sciorinando la fresca memoria delle gesta calcistiche, l'elenco dei prodi e quello degli sconfitti. Presto il vocio si fermò davanti alla mia macchina e allora mi rivolsi alla faccia raggiante di Massimo, che dopo aver ammiccato ai più vicini si preparò a dire qualcosa, dando spettacolo, nell'idea di aver trovato la vittima finale delle sue performances. Prima che aprisse bocca uscii dalla macchina e lo guardai, cercando il punto, il momento migliore per  fare quello che non avevo mai fatto.

Lui allora disse: "Non era il caso che avvertissi,  prima di uscirtene e venire qui a fare il verme solitario?"

Qualcuno rise mentre scattavo in avanti e quando mi arrivarono due pugni in faccia non ebbi il tempo di sentirli subito, anche perché lo avevo già preso per il collo e stringevo, quel tanto che serviva per stupire i suoi occhi, mentre facevo leva sulla mia caviglia sinistra piazzata dietro la sua gamba destra e gli cadevo sopra, tempestandolo di colpi sotto le costole. Quando mi tirarono su  ebbi lo spazio sufficiente per spaccargli un sopracciglio e mentre mi infilavano in macchina per portarmi via lo sentii piangere e fu in quel momento che la mia mente si riappropriò del corpo e capii quello che non potevo più essere, nella necessità del futuro.

A casa feci un doccia, poi misi invano del ghiaccio sull'occhio sinistro che continuava a gonfiarsi. Ero sdraiato sul letto quando Patrizia entrò, muovendosi un poco attorno alla camera, anche se neanche a rovistare nei cassetti avrebbe trovato le parole appropriate per iniziare.

"Hai lasciato la chiave nella toppa." disse, in un sospiro.

"Mi sono lasciato dietro cose peggiori, oggi."

"Sei....stupido." lei disse, con un abisso di attimi fra le due parole, e questo mi dette l'orgoglio di una certezza, mentre l'occhio mi pulsava e un punto del fianco destro cominciava inaspettatamente a farmi male.

"Non sopportavo." dissi.

"Non sopportavi cosa, cretino?" lei disse, col tono troppo accorato per essermi distante.

"Il fatto che ti toccasse. Non c'è nessuna ragione che giustifichi la compatibilità del tuo corpo col suo."

Patrizia scoppiò a ridere, poi ricordò ciò che aveva fatto e pianse continuando a ridere, per sé stessa e per me.

"Guarda in che stato è la tua faccia." disse, quando era già seduta sul letto e mi sfiorava il braccio con l'anca. La sua bellezza, che mi ostinavo a non guardare, mi infondeva una disperazione  che tentava invano di scongiurare la certezza che avevo avvertito appena lei era entrata.

"Non penso che lui stia meglio di me." dissi.

"Infatti se ne è andato, credo per la vergogna."

"Quanto mi dispiace." io dissi, sputando il sarcasmo.

Lei allora mi appoggiò la mano fresca, delicatamente, sull'occhio gonfio e quando finalmente la guardai mi accorsi che il suo viso era vicinissimo al mio.

"Perché non sputi il rospo, stupido uomo?" chiese, con un soffio di voce.

"Perché siamo cugini."

"E' proprio un sacrilegio, allora."

"Forse, col permesso del vescovo..." io dissi.

"Ce l'ho in tasca." disse lei, come raggiante.

"Non voglio che nessuno ti tocchi."

"Fallo tu, allora."

"Sono perfino più grande di te." io dissi, prendendole la mano.

"E' questo il tuo modo di toccarmi, cugino?"

Allora la tirai a me, con delicatezza, come quando si mettono le mani nell'erba fiorita, cercando il velluto e il profumo.

 

                                                           Delon

 


postato da: Delon alle ore 15:19 | link | commenti (37)
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martedì, 22 aprile 2008

Martedì 22 Aprile 2008

 

 

....sono tornati quelli che benpensano, come canta FrankieHi.....

 

 

 

                              Il passato del futuro

 

Uno dei vincitori comparsi in Tv aveva la faccia da salumiere, e parlando della nuova politica fece il sorriso di stagione di chi sta per tagliartene un etto. Gli altri, seduti a semicerchio, sembravano scivolati dentro giacche casual con piccole ali d'oro all'occhiello e sparavano a turno parole lontane dalla consecutio ma sguscianti come ballerine di mambo. Poi toccò all'esperto di politica economica, un magro allucinato con la faccia da teppista, passato per differenti tinture politiche, fino ad assumere il grigiore vellutato dei sorci. Guai a voi, dicevano i suoi occhi piccoli dietro le lenti da miope, se siete stupidamente immobili nell'onestà del posto fisso o nella criminalità occasionale. Guai agli uscieri che non si mettono in proprio, creando un racket dei guardaporte, guai ai borseggiatori e ai ladri d'auto che non sanno crescere, diventando spacciatori e taglieggiatori, fino ad accumulare le oneste rendite del riciclaggio. All'improvviso uno sbocco di pubblicità cancellò il volto truce dello squadrista economo, mischiando la mostarda della baviera alla maionese della nonna Gianna, giallastra e purulenta come il suo espettorato mattutino, subito diluito dall'olio verde-turbo per i motori spinti, con cui spararsi, a bordo di un fuoristrada common rail, fino in culo alla luna.

Era il 1994, l'anno dell'unto del Signore, al suo primo trionfo elettorale. Mi ero rifugiato davanti a un mare minore, in un albergo sbagliato e quasi vuoto, per scrivere i miei primi articoli ma sopratutto per farmi sbollire la rabbia. Avevo fatto del mio meglio per non apparire, lavorando in stanza, facendo passeggiate sul lungomare deserto, cenando molto presto, nella sala ristorante dell'hotel, per non incontrare provocazioni che non avrei sopportato. Quella sera però trovai in sala una comitiva di reduci da un congresso enologico, molto interessati ai siparietti televisivi della maggioranza politica. Un quasi nano, vestito totalmente di nero e seduto fra loro, a capotavola, accompagnava con frasi festose le dichiarazioni dei vincitori e quando lo spettacolo televisivo finì lui attaccò il suo. Era un battutista, molto abile nello storpiare l'intreccio delle storielle spinte raccontate dalla donna che gli sedeva a fianco, procace ma molto matura, che lo lasciava fare, dissentendo da lui solo nel tipo di risata, secca come una sventagliata di mitra, mentre quella dell'ometto in nero gorgogliava nella gola, vischiosa come muco. Aspettavo la frutta per risalire in stanza e scamparla, ma l'allegra brigata mi puntò prima, e poiché ero il solo ad occupare un tavolo, oltre a loro, suscitai inesorabilmente quella sorta di attenzione cauta e divertita che si riserva alle bestie rare. Li sentivo parlottare e ridere piano, come se stessero preparandomi uno scherzo e quando il cameriere portò ai loro tavoli alcune bottiglie di spumante volarono i tappi e gli evviva di plauso al nuovo governo. Dopo un primo brindisi il quasi nano e la donna procace si avvicinarono al mio tavolo, lui con la bottiglia il mano e lei con la bocca ad imbuto.

"Buonasera bel giovane." disse lei, scoprendo una dentatura giallastra e divaricata.

"Se ne sta qui tutto solo....perché non si unisce alla nostra combriccola?" disse lui, col finale gorgoglio della risata.

Fu allora che feci caso ai grossi ciondoli d'oro infilati nella catena che gli toccava lo stomaco. Il primo era un incolpevole crocifisso e il secondo il faccione truce, in rilievo, di Mussolini. Forse fu il sangue di mio nonno, un uomo che non aveva mai perdonato, a farmi muovere la mano verso una bottiglia di vetro di acqua minerale, per metterla più vicina al mio possibile gesto estremo.

"Per l'intanto io e mia moglie la invitiamo con piacere a brindare con noi al nuovo governo." disse il quasi nano.

"Do you speak english? I don't understand, sorry." io dissi.

"E' inglese." disse l'uomo alla donna, come se avesse scoperto l'America.

"No, noi parliamo solo italiano." disse la donna.

"Forza Italia!" esclamò lui, alzando la bottiglia e suscitando la risata generale dei suoi accoliti.

"Sorry. - io dissi - But certainly you are a beautiful shit and a magnificent cuckold."

Che altro poteva fare lui, se non sorridere, alla sua maniera? Gli avevo appena detto in inglese che era un bello stronzo e un magnifico cornuto e l'idea, inconsciamente, doveva sembrargli accettabile. Io però, diffidente, non perdevo di vista la mia bottiglia di acqua minerale da impugnare.

"You drink? - chiese lui, spingendo in avanti la bottiglia di spumante - E' buono, lo produco io."

Allungai il bicchiere, gliene feci versare un po' e ne bevvi un sorso, muovendo le labbra in una smorfia scontenta.

"E' per questo che sa di tappo." dissi.

"Ma allora lei parla italiano."  disse il quasi nano, quasi felice della nuova scoperta.

"Naturalmente. L'inglese lo uso nelle situazioni disperate." risposi.

Lui rise, insieme a sua moglie, come se tutto gli scivolasse addosso, senza attecchire, come una fogna che accoglie con identica capiente noncuranza uno sputo o uno spruzzo di profumo. Poi, incapaci di trattenersi, incontinenti quanto alla loro demente frenesia, i due se ne tornarono al tavolo, prendendo gusto, insieme alla loro compagnia, in altri lazzi, ben innaffiati dallo spumante e dagli amari della casa.

Tornai in stanza, affacciandomi al balcone per intuire il mare, nero e infinito, appena orlato dalla speranza bianca ed estrosa della risacca. Quando gli strepiti etilici della bella brigata strariparono fuori dell'hotel chiusi la finestra e mi stesi vestito sul letto, assopendomi. Mi risvegliò un raspare strano alla porta, presto accompagnato da sussurri femminili, sbiascicati e insensati. Mi alzai avvicinandomi alla porta, in silenzio, mentre la voce di donna strusciava sul legno la sua disperata litania, nel finale di una sbornia triste e trascurata.

"Speak english? Aprimi e ti faccio godere." mormorava la moglie del quasi nano.

Proseguì a sproloquiare per poco, poi si allontanò nel corridoio. La sentii tossire, sempre più forte, fino ai conati che le scuoterono i flebili lamenti. Credevo che la finisse lì, ma dopo qualche minuto cominciò a cantare e allora, incuriosito, aprii piano la porta e la vidi seduta di spalle e  a gambe larghe, in mezzo al corridoio, circondata dagli spruzzi del suo vomito. Cantando qualcosa di stonato e indifferente, tendeva in alto un braccio, stringendo in mano una di quelle penne telescopiche che si usano per indicare gli scritti alla lavagna. Sulla punta di quella penna, come una bandiera, erano attaccate le sue mutandine azzurre e sventolavano il nostro futuro immediato.

Sarà atroce ma durerà poco, mi dissi, richiudendo la porta. Sbagliavo, perché la fine è nota e non ha nessuna intenzione di smetterla..

 

                                                                                                                                                       Delon

 


postato da: Delon alle ore 06:57 | link | commenti (53)
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martedì, 15 aprile 2008

Martedì 15 Aprile 2008

 

 

Oggi non ho storie da raccontare.

Forse non soltanto oggi....

Il Medioevo è tornato e non ha più bisogno

di scrittori e di fantasia.

Alle sue corti sono ammessi soltanto i giullari e le loro

riverenze.

                          Delon


postato da: Delon alle ore 08:42 | link | commenti (42)
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martedì, 08 aprile 2008

Martedì 8 Aprile 2008

 

 

....mentre John Lee Hooker e Carlos Santana suonano e cantato "Chill out"....

 

 

 

                                   Notte di mezza estate

 

Sulla porta della trattoria mi sentii dentro l'euforia soporosa dei prescelti. Ricevevo sensazioni simili dallo sguardo di Renato, perché uno non può mettersi a decantare subito ciò che ha mangiato, o il modo in cui l'ultimo bicchiere di vino frizzante si è diffuso nel palato, come il fiore scoppiettante di un fuoco d'artificio finale.

- Facciamo due passi, disse Renato.

- Infatti c'è una bella luna, io dissi.

Sembrava una periferia discreta, con le case basse colorate di beige e di rosa, gli alberi giovani che filavano diritti verso l'orizzonte, prendendosi appena un quarto dello spazio del marciapiede, che restava abbastanza largo, e pulito.

- Non sapevo di questo posto, disse Renato.

- Una bella sorpresa, no?

- Trovare posti sconosciuti e gradevoli è la tua specialità, lui disse.

- Peccato che Daniele non sia venuto.

- Ha detto che ci avrebbe raggiunto. Se camminiamo un po’, quando ci chiamerà al cellulare avremo digerito abbastanza per fargli compagnia al tavolo, magari prendendo un'altra porzione di dolce.

- Poi c'è questa luna rassicurante, io dissi.

Andammo avanti, affiancando le case che man mano diventavano tutte a un solo piano e arretravano sempre più spesso dalla strada, precedute da giardini soffusi di dignitosa solitudine, sfiorati dal mondo, le volte che passava da lì, per caso. Poi i giardini divennero orti, protetti da barriere di canne secche o da fratte da cui spuntavano come gemme le more già mature e i rami di nocciole, coronate da frange verdi.

- Se ci fosse Daniele andrebbe a prendersi qualche nocciola, anche se non sembrano del tutto mature, io dissi.

- Se gli dicessimo che non sono mature ci andrebbe sicuramente.

- Lui è fatto così.

- Lo spirito della contraddizione.

- Come quando montò sul cofano della tua cinquecento nuova.

- Quella volta mi incazzai per bene, disse Renato.

- Sembravi più stupefatto che incazzato.

Le case intanto si erano rarefatte e alcune si distanziavano dai terreni, serrate in una rudezza autosufficiente, con le aie occupate da attrezzi agricoli e le finestre senza più persiane. Ci eravamo allontanati molto dalla trattoria ma tutto sembrava ancora rassicurante come la nostra vigorosa gioventù, piena di generosità e impudenze sommarie, sfiatatoi dei dubbi, di quel grido muto che cominciava a impastarsi e a crescere come una sentenza dentro ognuno di noi, per poi esplodere nello sguardo, dopo anni e anni, e restarci, fino alla fine della storia.

C'era una fermata d'autobus, venti metri più avanti, poco prima di una traversa che si inoltrava nella campagna, ma quando alzammo gli occhi alla tabella ci accorgemmo di un avviso che annullava la fermata e indicava il capolinea, nella direzione di quella traversa.

- Facciamo una corsa, disse Renato.

- Come no? Tanto per digerire.

Ci mettemmo a correre fianco a fianco, con andatura costante e veloce, e ogni tanto ci guardavamo in faccia per intuire lo sfinimento. Superammo il cartello della fermata, ormai in aperta campagna, ficcando risate di sfida nel fiato corto, che tuttavia sosteneva ancora benissimo i muscoli delle gambe.

- Vado come un treno, dovrai cedere, disse Renato.

- Mollerai tu, piuttosto, dissi io.

Andammo avanti per un altro chilometro, dove non c'erano più luci, anche se la luna piena spargeva il suo generoso chiarore, specie sulle strade bianche, che si aprivano con più frequenza, tentando di rintanarsi nella notte. Vedemmo ombre umane che ci guardavano, sul ciglio della strada o presso gli alberi, e a un certo punto, quando decisi di voltarmi, d'istinto, mi accorsi che un gruppo di persone ci stava inseguendo e benché qualcuna di loro si fermasse dopo un po’, spossata, le altre proseguivano, affiancate da quelli che si erano affacciati sulla strada e che accettavano l'invito all'inseguimento.

- Stavolta finisce male, io dissi.

- Non ci raggiungeranno mai. A meno che tu non sia stanco, disse Renato.

- Io vado alla grande, compare. Però c'è il rischio che quel gruppo che ci sta davanti ci sbarri la strada.

Infatti una decina di figuri si erano disposti in un'unica linea, occupando l'intera carreggiata. Li udimmo sghignazzare e li vedemmo piazzarsi sulle gambe, coi pugni in avanti, poi ci accorgemmo del viottolo sulla sinistra e svoltammo da quella parte, prendendoci sotto braccio e aumentando il ritmo della corsa. Alla prima diramazione, in una strada che scendeva a sinistra, una ragazza col vestito chiaro ci dava le spalle muovendosi piano verso un corso d'acqua, che scintillava la sua freddezza solitaria sotto la luna. Proseguimmo sulla destra e finalmente, quando il ritmo della corsa cominciava a cedere, ci trovammo in una borgata, illuminata dai lampioni e dalle luci delle case, dalle cui finestre aperte qualche sagoma si affacciava sulla chiara nottata. A un tratto il portone enorme di un capannone si aprì, mostrando, nella luce interna, uno strano movimento di animali mastodontici. Solo a due passi dalla porta, spalancata del tutto da un inserviente, dovemmo convincerci che erano cammelli, uniti in cordata e bardati con drappi rossi, sui quali erano stampigliate le insegne di un circo. Chiesi allo stalliere la strada del capolinea dell'autobus e quello mi fece cenno di seguire la carovana, col sorriso che sembrava il viatico di un profeta.

- Sempre verso sud. Nel sud del sud, disse.

Non mi aspettavo che dietro l'ultimo cammello, sul sellino posteriore di una moto Triumph nera, guidata da un uomo olivastro con un basco rosso, mi apparisse Carla. Aveva i capelli molto corti, il trucco vistoso e un giacchino di pelle col collo alto. Mi aveva riconosciuto e sorrideva, in quel modo dolente e vago di chi avverte il dubbio della decisione presa, ma prima che io perforassi con la mia voce l'impasto di sudore e dolore, disprezzo e pietà, lei cinse con le braccia il torace dell'uomo, che dette gas alla moto, facendola scattare lontano, verso la testa della carovana dei cammelli.

- Si era detto che dovevi lasciarla andare, disse la voce di Daniele, alle mie spalle.

Mi voltai e lo guardai per qualche secondo, cercando di capire da dove fosse sbucato. La camicia bianca, aperta sul collo senza catenina, dava risalto alla sua abbronzatura e tutto il suo sorriso veniva dal mare e dalla consapevole serenità degli invitti.

- Non mi aspettavo di trovarla qui, dissi io.

- Lei è fuori della tua vita, Antonio, lui disse.

Io guardai ancora una volta verso la scia della motocicletta e mi sembrò che spargesse le tenebre, o che le trascinasse lontano, verso l'esito che Daniele era venuto a rammentarmi. Fu allora che mi accorsi che Renato non era più fra noi. Lo dissi a Daniele, che scoppiò a ridere, tirando la testa indietro, a sfottere bonariamente la mia sorpresa.

- Lui svicola dai sogni con la stessa eleganza con la quale, nella vita reale, dice "pardon" ai pali a cui va a sbattere, disse Daniele.

- Tu invece ci entri in ritardo. Ti aspettavamo in trattoria, io dissi.

- Sei tu che mi hai evocato adesso, amico mio.

- Allora è così, io dissi, ripigliato dalla malinconia.

- Buongiorno tristezza!, esclamò lui, poi diventò serio, mettendomi una mano sulla spalla.

- Quando ti svegli girati verso la tua compagna, disse.

Quando mi svegliai ero già girato verso Ilde, che dormiva con l'espressione un po’ imbronciata, sotto i riccioli biondi. Le misi una mano sul fianco e lei, senza svegliarsi, mormorò qualcosa, passandomi il braccio attorno al collo e tirandomi a sé.

Allora restai immobile, aspirando il suo perdono, diluito nel profumo, e nell'alba.

 

                                                                                      Delon

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martedì, 01 aprile 2008

Martedì 1 Aprile 2008

 

 

 

                                    Via dal cuore

 

La seconda volta ci vedemmo a Napoli, che lei aveva lasciato un anno prima, per studiare al nord. Daria voleva unire l'utile al dilettevole, facendo le visite dovute ai suoi parenti e incontrandomi, mentre io ero ansioso di vedere per la prima volta la sua città. Mi piaceva la napoletanità culturale di Totò ed Eduardo ed ero certo di ritrovarla nel vivo dei vicoli, nella straordinaria sopportazione del male di vivere che, superato l'ultimo confine, diventa chiara e sapida saggezza. Avevo l'indifesa e stupida supponenza dell'estraneità, della gioventù e dell'innamoramento e camminavo con l'agilità della mia presunta bellezza interiore, certo che trasudasse nei miei lineamenti, nello sguardo gentile e disponibile verso ogni spezzone di umanità che mi si parasse davanti.

A piazza Garibaldi la mia pienezza sfociò come un torrente di primavera, arrestandosi davanti a un personaggio singolare, uno dei tanti intercettori che cercavano di bloccare i viaggiatori, con monili e moine, arabescate dalla pittoresca gestualità. L'uomo, che aveva un cappello con la visiera, sopra la quale girava ad arco la scritta "Albergo Telestar", somigliava ad Ugo D'Alessio, magnifico caratterista del teatro di Eduardo, e solo per questo, per i gesti che parevano disegnare nell'aria le cupe risonanze del suo dialetto, che tuttavia capivo in gran parte, lo seguii nella prima traversa, imboccando con lui  un portone solenne, scheggiato e sporco. Oltre l'ombra fetida dell'androne una scalinata si svolgeva verso l'alto con volute barocche, fra archi che sembravano specchiare il sudicio grigiore degli scalini di porfido. Al primo piano l'imbonitore suonò al campanello di una porta che aveva l'insegna dell'albergo Telestar e che si aprì subito, comandata da un impulso elettrico. L'ingresso non ampio confinava con le porte di sei stanze, due per ogni lato e mentre assorbivo i fumi di un deodorante per ambienti, diffuso copiosamente, l'uomo aprì la prima porta a destra, mostrandomi una stanza con un letto singolo, un comodino, un piccolo armadio a due ante e un tavolino che fungeva da scrittoio, addossato alla finestra. Le lenzuola bianche profumavano di ammorbidente e tutto sembrava confortevole, a parte le pareti della stanza, fatte di fogli di compensato e alte non più di due metri e mezzo. Salendo in piedi sul letto o sul tavolino era possibile affacciarsi nella stanza vicina, dando un occhiata all'umanità confinante. Mi dispiacque ringraziare il mediatore, rifiutando la sua offerta, arricchita da una vaga promessa di servizi-extra, fra i quali figurava, con una sfumatura finale che somigliava a un mormorio, una sorta di "massaggio esotico". Salutai l'omino, che mi regalò gratis un ultimo florilegio dialettale, sospeso fra la rassegnazione e l'improperio.

Di fuori l'aria greve dell'estate pesava sulle spalle e sulla fronte, facendo formicolare come bestiole laboriose gli odori di frittura, di limone e di escrementi. Attraversai la piazza prendendo la stanza in un albergo vero, decente ma scostante, sopratutto nei modi del personale di servizio, che lo scudo sindacale aveva reso tranquillo e strafottente. Chiamai Daria dal telefono della stanza e lei mi disse con un tono contrariato che non potevamo pranzare insieme. Voleva togliersi una volta per tutte il pensiero con zii e cugini, per potermi dedicare tutto il resto del tempo. La mia euforia di innamorato pareva confonderla, ma poi pensai che fosse la presenza dei suoi parenti a velare le sue effusioni. Feci una doccia, mi cambiai la camicia e i pantaloni e uscii, riattraversando la piazza, per incamminarmi nella strada della prima eccentrica pensione, alla ricerca di una trattoria. Andavo volutamente incontro alle disavventure, certo di ricavarne quadretti straordinari di vita vissuta. Mi bastò l'insegna "Trattoria malommo" per varcare deciso la porta, accolto da un cameriere in camicia bianca, a parte qualche schizzo di pomodoro sui polsini. L'unica sala aveva alle pareti molti specchi senza cornice, che riflettevano la modestia della tinteggiatura e dei tavoli apparecchiati. Era l'ultimo posto in cui chiedere gli spaghetti alle vongole eppure li ordinai, per sfidare la sorte, ma sopratutto l'impudenza del cameriere, che infatti sorrise con malizia, con la smorfia del lupo che è ormai certo della sua vittima. Dopo dieci minuti ritornò al mio tavolo con un piatto di spaghetti fumanti e coperti di vongole e non ci misi molto, girandoli con la forchetta per mantecarli, a sollevare dai fondali del piatto un puzzo inarrestabile di marciume e di acido fenico. Richiamai il cameriere, facendogli presente, con educata sobrietà, che le vongole non erano fresche. Quello prese il piatto, lo annusò, nascondendo il disgusto dietro un'espressione pietrificata, che alla fine si sciolse in un candido stupore.

"Signurì, il fatto è strano. Magari avete ragione voi, però in fede mia quando sono uscito dalla cucina le vongole erano fresche." disse.<